Vongole o arselle? (come ti parlo l’italiano)

Dire_quasi_la_stessa_cosa

Chi mi conosce sa che gli spaghetti con le arselle sono uno dei miei piatti preferiti. Sì, ma cosa sono le arselle? Sono uguali alle vongole? (E le vongole veraci, sono molluschi che dicono quello che pensano in modo schietto e diretto? Mah…)

Ma non è di cibo che volevo parlare – non oggi, almeno, ma non prometto di astenermi in futuro (non siete così fortunati, cari lettori!).

Vorrei parlare dei geosinonimi, cioè di quelle parole diverse che, a seconda della zona d’Italia, sono usate per indicare la stessa cosa.

Le variazioni diatopiche (che bella parola “diatopiche”, vero?) sono molte ed è normale che sia così in un paese politicamente unito da poco più di 150 anni che linguisticamente è debitore del Maestro Manzi e di Mike Bongiorno.

Per quanto riguarda la Sardegna, la lingua storica è quella sarda che – nelle sue varianti – appartiene al gruppo delle lingue romanze, così come l’italiano. Anche se Dante ci considerava dei trogloditi, il sardo è in effetti la più conservativa fra le lingue neolatine. Il che è stupefacente, dal momento che la Sardegna è stata conquistata praticamente da chiunque passasse da queste parti. Ma siccome noi sardi siamo gente molto riservata, ci siamo tenuti la nostra lingua. Fino all’arrivo dell’italiano.

L’italiano divenne lingua ufficiale fin dalla metà del Settecento (così vollero i Savoia che comandavano a quel tempo), anche se è solo con la scolarizzazione di massa dal secondo dopoguerra in poi che si diffonde davvero – seppure lentamente – fra le persone di tutti gli strati sociali.

In Sardegna si parla un italiano abbastanza vicino allo standard sintattico e grammaticale. Il sardo infatti influenza soprattutto la fonetica (dei cui tratti distintivi forti e riconoscibili scriverò prima o poi) e il lessico.

A chi, come me, ha vissuto in altre parti d’Italia sarà capitato di trovarsi nella situazione in cui, usando una parola che credeva essere italiana, ha suscitato ilarità o perplessità negli astanti. La prima volta è stata la camicia “frustata”. Dalla domanda “frustata da chi?” della mia amica romana ho capito che forse quella parola non aveva il significato di sgualcita che credevo avesse. E, in effetti, non ce l’ha (perché frusto, la parola che ci si avvicina di più, significa piuttosto “consumato, liso, logoro“).

E molti sardi disterrados* temporanei o definitivi, avranno usato “canadese” per definire la tuta da ginnastica, “pastina” per chiedere una merendina, “pattana” – non posso linkare (sic!), nei vocabolari italiani non esiste… ma la trovate qui, al numero 4 – per quell’affare che copre le ruote delle auto o “cinto” per cintura. Ma su quest’ultimo mica sbagliamo, anzi, usiamo addirittura una forma aulica.

Ah, dimenticavo. Per noi sardi un paio vuol dire sia 2 sia una quantità indefinita compresa fra 2 e, direi, 8. Sì, perché un paio di scarpe sono di certo due scarpe, ma un paio di giorni possono arrivare a essere tranquillamente poco meno di una settimana. Dove, se non in Sardegna, infatti, potrete mai sentirvi chiedere “ma un paio quanti?”

 

 

PS: un’ultima curiosità, per tornare ai molluschi. Sapevate che la parola “vongola” viene (passando per il napoletano) dal latino conchŭla, cioè conchiglia? E le arselle – o vongole che dir si voglia – a Cagliari si chiamano appunto cócciula. Tutto torna!

 

(*) disterrados è una parola sarda che significa “privati della terra”, riferito agli emigrati in altre parti d’Italia o all’estero (è una parola che mi piace molto, quindi permettetemi di usarla anche se non è in italiano).

 

Fonti e approfondimenti:

Geosinonimi e geomonimi sul mio blog di Terminologia preferito

L’Accademia della Crusca: regionalismi e geosinonimi

Per vedere sulla mappa i geosinonimi, è interessante consultare l’Atlante della Lingua Italiana QUOTidiana

L’italiano regionale della Sardegna su Wikipedia

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Informazioni su Stefania

pigra ma energica (indole felina)
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3 risposte a Vongole o arselle? (come ti parlo l’italiano)

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