Parole senza frontiere (né cortine di ferro)

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Qualche tempo fa, ho inaugurato la rubrica “Non passa lo straniero” – sui prestiti linguistici che l’italiano ha accolto da altre lingue – con due post sulle parole giapponesi entrate nella nostra lingua (che trovate qui e qui). Ora è la volta del russo. Sì, un’altra lingua scritta con caratteri diversi dai nostri (una delle mie passioni… si era già capito, vero?).

Il russo è al settimo posto fra le lingue che hanno “prestato” parole all’italiano, dopo l’immancabile inglese, il francese, lo spagnolo, il tedesco, l’arabo e il provenzale. La solita ricerca (tutt’altro che approfondita) nel vocabolario Zingarelli 2014 indica che i lemmi di origine russa sono circa 120, a cui si aggiungono una ventina di acronimi. Molti di loro sono definiti “sovietismi”, cioè parole entrate nella nostra lingua fra gli anni ’20 e ’70 dello scorso secolo e legate agli apparati o alle istituzioni dell’Unione Sovietica.

La mia ricerca mi ha fatto scoprire che fra le prime parole russe entrate nell’italiano ci sono cosacco, versta, rublo e copeco, tutte attestate fra il XVI e il XVII secolo. Fatta eccezione per rublo, forse, sono parole che ogni appassionato tolstoiano conosce, gli altri un po’ meno.

Personalmente amo le parole samovar e matrioska (e gli oggetti che indicano), entrate nell’italiano a un secolo circa di distanza fra loro. Ammetto di essere rimasta sorpresa quando ho scoperto che la prima attestazione italiana di matrioska è solo del 1985; ero convinta fosse precedente, mi sembrava di conoscerla da sempre. E così vi ho fatto capire quanto sono vecchia…

I sovietismi sono tanti, settant’anni di storia racchiusi in parole emblematiche: dai termini più ovvii bolscevico e soviet fino ai più recenti glasnost e perestrojka, attraverso altri come nomenklatura e intellighenzia. È interessante notare che queste ultime due parole sono di origine latina, entrate nel russo attraverso il francese. Quindi hanno la stessa etimologia delle nostre nomenclatura e intelligenza, ma il loro significato ha sfumature decisamente diverse.

Queste parole, però, non sono usate spesso nel linguaggio comune, fanno piuttosto parte del linguaggio letterario o giornalistico. La parola che invece si usa anche in senso figurato è certamente pavloviano che, più che un vero e proprio russismo, è un aggettivo relazionale derivato dal nome dello scienziato russo Ivan Petrovič Pavlov che studiò i riflessi condizionati. Infatti definiamo – a volte in modo improprio – pavloviana qualunque reazione provocata da qualcosa o da qualcuno. Tipo la voglia di tirare un pugno sul naso a quelli che urlano al cellulare sull’autobus…

Sono molto interessanti anche i cosiddetti “prestiti camuffati”, cioè parole pienamente italiane che però traducono concetti della cultura o della politica russa/sovietica. Un esempio è disgelo nel suo significato di miglioramento dei rapporti fra due persone, fra due partiti o fra due nazioni. Oppure trojka, che dal significato originario di “composto da tre elementi”, riferito in particolare a una tipica carrozza russa tirata da tre cavalli, è entrato nel linguaggio giornalistico col significato di gruppo di tre persone al comando, o di tre istituzioni che decidono insieme.

In conclusione, non potevo certo privarvi della mia parola preferita, che è samizdat. Mi piace come suona e mi piace il suo significato. La scrittura clandestina che aggira la censura, infatti, è proprio una bella cosa, non credete anche voi?

 

Parole che amo (perché mi piace il suono, il significato, l’etimologia o tutte le cose insieme):

  • Pravda: significa “verità” ed era il nome del giornale ufficiale dell’Unione Sovietica. È ancora usato – di solito in senso ironico o satirico – per indicare i giornali particolarmente favorevoli ai governi in carica.
  • Mammut: sapevate che è una parola di origine russa? Beh, sapevatelo!
  • Sputnik: i più famosi satelliti artificiali sovietici avevano un nome bellissimo, che significa “compagno di viaggio”.
  • Stacanovismo: l’infaticabile minatore A.G. Stachanov ha dato il nome alla gran voglia di lavorare. A volte non proprio spontanea, bisogna ammetterlo.
  • Steppa, taiga, tundra: e qui si incrociano le mie reminiscenze scolastiche e le mie giornate estive passate a leggere i grandi romanzi russi. Ah, che tempi!

 

PS: Oggi è proprio il 24 maggio, il giorno in cui “il Piave mormorava: non passa lo straniero!” (per una pacifista come me, le canzoni di guerra non sono il massimo… ma questa fa davvero parte del nostro immaginario collettivo, a me l’hanno insegnata alla scuola elementare!)

 

Fonti:

Articolo sull’Enciclopedia Treccani sui russismi nell’italiano

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Informazioni su Stefania

pigra ma energica (indole felina)
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