L’italiano sotto assedio (o forse no)

Cover_forestierismi

Gli angli(ci)smi, o inglesismi che dir si vogliano, stanno uccidendo l’italiano?

Ci sono decine, centinaia, forse migliaia fra libri, articoli, post, ecc., sull’argomento. Spaziano dalla denuncia dell’imminente fine della lingua italiana al plauso per l’arricchimento della nostra lingua con l’apporto di nuove parole. E in mezzo, tutte le sfumature del grigio che riuscite a vedere.

Qualche tempo fa ho lavorato per un’azienda in cui è molto diffuso il cosiddetto “itanglese”, un misto fra italiano e inglese che a me fa l’effetto delle unghie che graffiano la lavagna… avete presente? Parole come skillato, schedulare o matchare farebbero venire l’orticaria anche a un sordo!

Noi de L’Accademia amiamo l’italiano, ma – dal momento che tutti abbiamo studiato anche altre lingue – non ci spaventano le “infiltrazioni”. Dopo tutto sono davvero il segno che la lingua è viva e si evolve. Però ci piace anche non appiattirci sulle mode che illudono con la scusa della rapidità e l’immediatezza di certe parole inglese rispetto a quelle italiane.

Bisogna dire che ci sono casi in cui l’inglese è quasi una scelta obbligata: limitandoci ai prestiti recenti, selfie, chat, streaming avrebbero delle traduzioni italiane, ma sono talmente entrati nell’uso comune al punto che le versioni italiane suonano strane o ironiche. Ci sono casi di proposte puriste che fanno addirittura sorridere: credo che nessuno verrebbe preso sul serio se usasse stendibirilli per bowling o nevepàttino per snowboard (mentre macchina mangiasoldi per slot machine rende assai meglio l’idea e magari potrebbe tenere qualcuno lontano da forme più o meno gravi di ludopatia…).

È anche vero che ci sono casi in cui l’inglese in una parola esprime un concetto che in italiano ha bisogno di due o tre parole, un esempio fra tutti è email: anche se non mi dispiace “posta elettronica”, non posso non ammettere che il corrispondente inglese è decisamente più “economico” (ma la proposta e-pìstola è stupenda e vorrei tanto che prendesse piede!).

A mio parere, l’aspetto più grave del problema non è l’uso di parole inglesi ma quello del cosiddetto “inglese farlocco”, che la mia terminologa-guru Licia Corbolante stigmatizza nel suo preziosissimo blog. E quando a usare l’inglese farlocco è la pubblica amministrazione (e addirittura il Ministero dell’Istruzione), capite bene che c’è poco da stare allegri!

E voi, cari lettori non italiani, come vi rapportate all’imperare dell’inglese nella cultura occidentale? La vostra lingua si difende, o almeno ci prova, come il francese, o si arrende (o peggio) come l’italiano? E se la vostra lingua nativa è l’inglese, come reagite all’appropriazione e alle distorsioni che ne facciamo noi non anglofoni? Reagite come me quando leggo e sento le parole italianeggianti?

 

 

Fonti (in ordine crescente di difficoltà):

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Informazioni su Stefania

pigra ma energica (indole felina)
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